Il “papello” esiste

(fonte: L'Espresso)

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(fonte: L'Espresso)

(fonte: L'Espresso)

(fonte: L'Espresso)

E adesso vorrei vedere cosa mai diranno, per giustificarsi, tutti quei professionisti “dell’insabbiamento” di fronte alle foto pubblicate dall’Espresso del papello, dopo le rivelazioni dei giorni scorsi. Non c’è mai stata una trattativa? Nessun papello?

Ormai i segnali positivi ci sono tutti. Claudio Martelli e Liliana Ferraro affermano che Borsellino sapeva ancor prima di morire della famosa e mai fantomatica trattativa. Abbiamo le foto delle dodici richieste che Riina faceva a quei pezzi deviati dello stato, che Stato non erano.

E sarei curiosa di sapere come se la giocheranno adesso Nicola Mancino e Virginio Rognoni che hanno strenuamente e fino all’ultimo smentito l’esistenza di qualsiasi trattativa fra lo Stato e Cosa Nostra.

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A un passo dalla verità

di Silvia Cordella – 15 ottobre 2009 (fonte: AntimafiaDuemila)

(fonte: L'Espresso)

(fonte: L'Espresso)

Ecco uno dei documenti consegnati insieme al Papello

Adesso che la prova Regina sulla trattativa è saltata fuori i magistrati di Palermo e Caltanissetta devono fare in fretta.

Bisogna battere il ferro finchè è caldo prima che a qualcuno possa venire in mente di imbalsamare nuovamente la memoria. Il papello esiste, la prova è stata esibita da Massimo Ciancimino. Ecco le 12 le richieste del capo di Cosa Nostra allo Stato: abolizione del reato di associazione mafiosa, la revisione del maxiprocesso (con l’intervento della corte dei diritti europei), la nascita di un partito del Sud, la riforma della giustizia all’americana e poi ancora la defiscalizzazione della benzina per la Sicilia, gli arresti domiciliari per gli imputati di mafia che hanno compiuto i settanta anni di età, niente censura per la posta destinata alle famiglie, abolizione del carcare duro previsto dal 41 bis. E sul papello vergato a mano, probabilmente dal medico Antonino Cinà, stretto consigliere di Riina, è stato trovato anche un vecchio post-it giallo sul quale Vito Ciancimino aveva scritto: “consegnato al colonnello dei carabinieri Mori dei Ros”.

Una frase che attesterebbe così la veridicità della trattativa intrapresa da Mori e De Donno con Riina attraverso la mediazione di Vito Ciancimino, per chiedere a Cosa Nostra la fine delle bombe e la resa dei latitanti. In cambio Riina aveva rappresentato le sue richieste. Una in particolare rimetterebbe in discussione la tesi adottata dal generale Mori che ha sempre spostato il suo primo contatto con l’ex sindaco di Palermo datandolo il 5 agosto 1992. Si tratta della richiesta sulla soppressione del decreto sul 41 bis. Un provvedimento che è stato convertito in legge solo nel mese di luglio, dopo la strage di via d’Amelio. Se nel papello consegnato al generale Mori era contenuta quella richiesta è evidente che la stessa consegna è avvenuta in data precedente all’approvazione della legge, quindi nel mese di giugno. Una prova che metterebbe finalmente a fuoco la data esatta della trattativa che Riina in quei roventi giorni d’estate intavolò con esponenti delle Istituzioni. Uomini per esempio come Rognoni e Mancino annotati all’inizio del foglio che però hanno sempre negato di aver mai e poi mai saputo di un dialogo tra lo Stato e la Mafia. Ora per le indagini si apre un nuovo capitolo. Chi poteva concedere a Riina simili agevolazioni? Da chi erano coperti Mori e De Donno? Il ritrovamento del “papello” inoltre fa quadrato con le dichiarazioni dell’on. Martelli che è stato interrogato proprio oggi dai magistrati di Caltanissetta, titolari dell’inchiesta riaperta sulla strage di via d’Amelio. E si lega alle dichiarazioni dell’ex direttore degli affari penali, la dott.ssa Liliana Ferraro, convocata urgentemente dai magistrati di Palermo e Caltanissetta dopo le rivelazioni ad Anno Zero. “E’ vero – ha detto ieri a margine di un interrogatorio di 4 ore -, incontrai Paolo Borsellino e gli parlai dei contatti tra il Ros di Mori e Vito Ciancimino, come riferitomi dagli stessi ufficiali. Ricordo di aver parlato di questo argomento, negli anni successivi, anche con il dott. Gabriele Chelazzi che indagava sulle stragi di Firenze, Roma e Milano”. “Intuiì che Borsellino sapesse della trattativa fra stato e boss per far cessare la stagione delle stragi – ha detto invece l’ex ministro della Giustizia Martelli, precisando – me lo ha confermato di recente Liliana Ferraro”. “Avevo parlato in numerose interviste dei miei dubbi sulla formazione del governo Amato nel 1992 – ha continuato l’ex ministro socialista – delle pressioni che subii per lasciare la Giustizia e andare alla Difesa, e della situazione di Vincenzo Scotti, che dovette lasciare gli Interni a Nicola Mancino”. Pressioni politiche, cambi di cariche, trasformazioni ministeriali. Era il fermento che tracciava il confine tra la prima e la seconda Repubblica. Nuovi assetti si andavano a formare mentre Cosa Nostra alzava il tiro delle richieste. Alcune, come aveva raccontato Massimo Ciancimino, ritenute improponibili dallo stesso don Vito che di fronte al generale Mori disse esplicitamente che non si sarebbe potuto proseguire oltre. Da qui poi le cose cambiarono. Riina da autore della trattativa ne divenne vittima. Considerato un personaggio scomodo e ormai ingombrante lo arrestarono l’anno dopo, mentre Provenzano prese in mano il testimone. E lì che don Vito si rese conto di essere stato scavalcato. La trattativa proseguì lo stesso, Zu Binnu lo avrebbe sostituito con Marcello Dell’Utri, il nuovo referente del nascente partito di Forza Italia. Don Vito ormai vecchio e “bruciato” venne arrestato a fine del ’92. E lì che si chiuse la seconda fase della trattativa e si aprì la terza. Ma questa è una storia che arriva fino ai giorni nostri e che dev’essere ancora raccontata.

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Barlumi nel buio

fonte: Corriere della Sera

fonte: Corriere della Sera

Giovedi 8 ottobre la puntata di Annozero, il programma di approfondimento di RaiDue, ha trattato lo spinoso argomento della strage di Via d’Amelio e di tutte quelle verità che ancora oggi, a distanza di 17 anni si celano dietro quella carneficina.

Da quella puntata sono spuntati fuori un paio di inquietanti elementi, venuti alla luce dopo anni di inchieste e processi. La memoria di alcune persone a volte fa degli strani scherzi, e così per esempio dopo tanti anni Claudio Martelli (all’epoca ex ministro alla Giustizia), ricorda che Liliana Ferraro (allora direttore degli affari penali del Ministero ed amica di Giovanni Falcone) al trigesimo della morte di Falcone aveva avvisato il giudice Paolo Borsellino di una visita ricevuta dal capitano De Donno. In quella visita De Donno la avvertiva di aver preso contatti con l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino e che lo stesso dava disponibilità per una trattativa fra Stato e mafia solo in cambio di una copertura politica.

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Berlusconi mafioso?

Berlusconi è colluso con la mafia come si vuol far credere?

Già a suo tempo Luttazzi e Travaglio furono denunciati per aver accusato il Premier di codeste collusioni. Ma a quanto pare furono poi assolti poichè quanto affermato da loro rispondeva a verità.

Decreto archiviazione Caltanissetta

  • scarica il l’ordinanza di archiviazione del Gip di Caltanissetta per le stragi Falcone e Borsellino nei confronti degli indagati Silvio Berlusconi (”Alfa”) e Marcello Dell’Utri (“Beta”) – (03 maggio 2002)
  • scarica il libro “Marcello, Silvio e la mafia” di Federico Elmetti, che analizza la condanna di Marcello Dell’Utri a nove anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa (11 dicembre 2004 – II Sezione Penale del Tribunale di Palermo)

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Piera Aiello rivendica il suo diritto a Vivere

Ricevo e pubblico integralmente:

ASSOCIAZIONE ANTIMAFIE “RITA ATRIA”

OGGETTO: Comunicato stampa: Piera Aiello, testimone di giustizia, torna a Partanna (TP) dopo 18 anni per rivendicare il suo diritto a Vivere

Tornata nella sua casa di Partanna (TP), Piera Aiello, testimone di giustizia dal 1991, per constatare il suo effettivo status di “ex testimone”, come da comunicazioni (e senza motivazione) del Servizio centrale di protezione, che ha demandato alla Prefettura della località segreta i problemi legati alla sicurezza in base a motivazioni contenute nel documento “stralcio del verbale di riunione del 15 aprile 2009” recapitato alla Aiello (i cui dettagli renderemo noti durante la conferenza stampa).

La Prefettura competente, da parte sua, ritarda ancora ad ottemperare alle misure concordate con Piera Aiello già nel maggio scorso (teniamo a sottolineare che il 2 aprile Piera Aiello aveva appreso che la sua copertura è stata vanificata per cause ad oggi ancora oggetto di indagine e sulle quali non desideriamo soffermarci, nel pieno rispetto della serenità di giudizio delle istituzioni competenti).

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Il 26 settembre tutti a Roma

Forse saranno mafiosi coloro che materialmente mi uccideranno, ma coloro che avranno voluto la mia morte saranno altri.

Paolo Borsellino

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Diciassette lunghi anni sono passati dalla strage di Via D’Amelio e ancora oggi non abbiamo verità giudiziarie accertate sui mandanti occulti di quella strage per potere rendere finalmente giustizia alla storia di questo paese , ai suoi uomini che con coraggio e con impegno hanno servito lo Stato e la Costituzione Repubblicana, ai suoi cittadini onesti che lavorano,studiano e credono nelle istituzioni democratiche, ai familiari delle vittime che ancora oggi non possono piangerli.

Diciassette lunghi anni di “Seconda Repubblica” fondati non sul sangue coraggioso dei partigiani che per questo paese hanno lottato e sono morti consegnandoci le basi di una vera democrazia ma sul sangue coraggioso di uomini e donne che per questo Stato hanno dato la vita e che da questo stesso Stato sono stati abbandonati e traditi.
Tradendo loro, hanno tradito ogni singolo cittadino onesto di questa nazione , tradendo loro, hanno tradito alla base la nostra Costituzione e la memoria della Resistenza, tradendo loro, hanno minato alle basi la democrazia in Italia consegnandoci una Repubblica retta da poteri occulti , piduisti e stranieri che sul monopolio economico e dell’informazione mediatica accompagnati dalla compiacenza di politici venduti e giornalisti corrotti ridisegnano l’ordine democratico Costituzionale nato dalla Liberazione.

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Lo Stato è Cosa Nostra

di Ferdinando Imposimato* – 08/09/2009 (fonte: la Voce delle Voci)

Il filo rosso che lega pezzi dello Stato, servizi e mafie, oggi viene alla luce destando clamore con le rivelazioni di Ciancimino, ma parte da lontano. Imposimato, un protagonista di quegli anni della storia italiana, ripercorre le tappe del patto scellerato.

Ferdinando Imposimato

Molti anni fa una giornalista americana, Judith Harris, del Reader’s Digest, mi chiese quale fosse la differenza tra Brigate rosse e mafia. Senza pensarci due volte risposi: le Br sono contro lo Stato, la mafia e’ con lo Stato. E spiegai che la capacita’ della mafia e’ di intessere legami stretti con le istituzioni – politica, magistratura, servizi segreti – a tutti i livelli. Con le buone o le cattive maniere. Chi resiste, come Boris Giuliano, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, viene eliminato, senza pieta’. Collante tra mafia e Stato e’ da sempre la massoneria. Questo sistema di legami, che risale alla strage di Portella delle Ginestre, non si e’ mai interrotto nel corso degli anni, anzi si e’ rafforzato ed e’ diventato piu’ sofisticato. Ma molti hanno fatto finta che non esistesse. Complice la stampa manovrata da potenti lobbies economiche.

Da qualche tempo e’ affiorato, nelle indagini sulle stragi mafiose del 1992, il tema della possibile trattativa avviata da Cosa Nostra tra lo stato e la mafia dopo la strage di Capaci, per indurre le istituzioni ad accettare le richieste mafiose: questo sarebbe il movente della uccisione di Borsellino. Non ho dubbi che le cose siano andate proprio in questo modo. Ma per capire quello che si e’ verificato ai primi anni ‘90, occorre uno sguardo verso il passato. Partendo dall’assassinio di Aldo Moro e da cio’ che lo precedette e lo segui’.

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19 luglio 2009: intervento di Gioacchino Genchi

di C. Di Gesaro e F. Scaglione – 23 luglio 2009 (fonte: fascioemartello)

19 luglio 1992/2009 – Dopo diciassette anni dall’eccidio del giudice Paolo Borsellino e dei cinque uomini della sua scorta, in via Mariano D’Amelio viene convocata la prima manifestazione di resistenza contro l’antistato, la mafia.

Alla manifestazione del 19 c’era anche Gioacchino Genchi, consulente della procura di Palermo e di Caltanissetta, che in questi ultimi mesi sta affrontando una battaglia legale scaturita dopo l’inchiesta “why not” che vedeva coinvolti tra gli altri Clemente Mastella e Francesco Rutelli.

Dal palco e dal luogo della memoria di quella che probabilmente fu una strage di stato, Genchi è intervenuto duramente, anche in relazione alle dichiarazioni, apparse sui quotidiani, da parte di Totò Riina.

Io sono sicuro che i tempi che verranno saranno ancora più difficili di quelli passati, perché si è imboccata una china, anche giudiziaria, che rischia di portare all’annullamento di sentenze di condanna all’ergastolo senza contributi nuovi sull’individuazione di ulteriori responsabili e cosa ancor più grave sui mandanti effettivi che hanno voluto la strage del 19 luglio 1992 o come quella del 23 maggio 1992, per cambiare i destini dell’Italia.

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Regola numero uno: insinuare

Pur di ottenere i propri scopi, oggi non esiste più il riguardo. Neppure se il rispetto dovrebbe essere rivolto ai morti. Ai morti ammazzati dalla mafia.

Non basta vedere le parole di Falcone, Borsellino venir fuori dalle bocche degenerate e limacciose di “politici” collusi con la mafia o che in qualche modo a questa sono remissivi. No, sicuramente non basta.

Tanto oramai siamo in un particolare periodo per cui ci si può veramente permettere di tutto. Tanto oramai l’Italia sonnecchia, presa dal pressante problema di dover azzeccare i sei magici numeri del superenalotto. Tanto oramai nessuno ci fa più caso a quello che si verifica intorno a noi.

A volte accade che se si vuole screditare in qualche maniera un certo Roberto Saviano, oppure indurre la gente a credere che Don Diana non è stato ammazzato dalla camorra, è ragionevole umanamente e giornalisticamente dissotterrare il povero Don Peppe Diana.

Così avrà pensato Ruggero Guarini, giornalista per il Velino, che scrive una lettera immaginaria di Don Peppino Diana a Saviano.

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Luciano Violante, colui che sa ma non racconta

di Benny Calasanzio

Quando il generale Mario Mori gli chiede, non una ma per ben tre volte e sempre con maggiore insistenza, di incontrare colui che i magistrati definirono «la più esplicita infiltrazione della mafia nell’amministrazione pubblica», ossia Don Vito Ciancimino, uomo all’Avana dei corleonesi già arrestato nel 1984, lui, Luciano Violante, non sente il bisogno di dirlo a nessuno, nè ai magistrati nè alla Commissione Antimafia che presiede dall’anno prima. Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani erano già saltati in aria a Capaci, e, a quanto dice lui, anche Borsellino e la sua scorta erano stati già ammazzati in Via D’Amelio.

Questo solo a quanto dice Violante, confermando la teoria, già sconfessata dal figlio di Ciancimino, secondo cui la trattativa sarebbe iniziata dopo le due stragi e non in mezzo.

Il docente di Diritto Pubblico, tra i padri della nascente associazione antimafia Libera, ritenne corretto fare solo una piccola domanda a colui che gli chiedeva di incontrare l’anello tra mafia e politica: “L’autorità giudiziaria è stata informata di questa disponibilità del Ciancimino a parlare?”, chiese l’etereo Violante. “Si tratta di una cosa politica… di una questione politica”, gli risponde Mori. Poi, quando l’oscuro generale gli spiega che Ciancimino vorrebbe incontrarlo privatamente, dettaglio ancora più inquietante, Violante ritenne ancora una volta di tenerlo per sè e di liquidare Mori con un “non faccio colloqui privati”. Non pensò decoroso correre dai suoi ex colleghi che indagavano sulla strage di Capaci ed eventualmente su quella di Via D’Amelio, e non lo raccontò mai fino a quando Massimo Ciancimino lo chiama in causa direttamente nel corso di un interrogatorio ad Ingroia e Di Matteo nei giorni scorsi: Ciancimino Jr ha raccontato come suo padre volesse solo ed esclusivamente Violante come interlocutore garante.

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19 luglio 1992, i punti oscuri della strage di via d’Amelio

di Pietro Orsatti

Nuova pista per le indagini sull’assassinio del giudice Paolo Borsellino. Per Gioacchino Genchi, che arrivò due ore dopo sul luogo dell’esplosione, individuando nel castello di Utveggio la località da cui sarebbe stato azionato il radiocomando, «occorre indagare sui giorni precedenti».

Ci sono domande sulle stragi del 1992 che non hanno mai avuto una risposta certa. Non sono bastati i processi, gli arresti, le indagini. Non sono bastate le ricostruzioni, le perizie e il lavoro di centinaia di agenti di polizia, carabinieri, magistrati. Non ci sono state risposte neanche quando il capo di Cosa nostra, Totò Riina, venne arrestato l’anno successivo. Anzi, il suo arresto ha aperto altri scenari, posto altri interrogativi. «La strage di Capaci fu una strage di mafia con interessi di Stato, quella di via d’Amelio una strage di Stato con interessi di mafia».

Questa definizione è diventata, con il passare del tempo, un’accusa sempre insistente, rafforzata dai tanti misteri, dalle tante ombre infittitesi in questi diciassette anni. Delle due stragi si sa molto, di una in particolare. Quella di Capaci (23 maggio 1992), dove persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli uomini della sua scorta, è sicuramente quella di cui si sa di più, si conoscono esecutori materiali e mandanti. Su quella di via d’Amelio, invece, periodicamente emergono dati nuovi, elementi di un puzzle ancora irrisolto.

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