Gli appelli vani

Ne avevo ancora scritto in uno dei miei ultimi articoli, denunciavo quella che ormai è una brutta piega presa dalle nostre istituzioni in fatto di lotta alla mafia. Tante parole dietro le quali si nasconde purtroppo il totale o quasi disinteressamento dello Stato all’antimafia. E quindi si delegittimano le Procure, sottraendo loro mezzi e uomini e contestando ieri i collaboratori di giustizia oggi l’impiego delle intercettazioni. O nei casi più estremi si accusa la magistratura di operare per interessi altri che non sono quelli della Verità.

Da più parti e quasi ogni giorno, sono tanti gli accorati appelli da parte di tanti procuratori che richiedono maggiori garanzie sul fronte dell’antimafia, anche se oggettivamente sarebbe un’impresa trovarne traccia su un qualsiasi quotidiano o telegiornale. Uno degli ultimi richiami è quello fatto dal procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, in occasione del dibattito finale del primo Festival del Giornalismo d’inchiesta svoltosi a Marsala, ma a parte una battuta Ansa ripresa da Il Messaggero, i restanti giornalai dormono. Eppure chi parlava non è propriamente un signor nessuno per le cronache. Anzi.

Antonio Ingroia è quel procuratore che negli ultimi giorni insieme al suo collega Antonino Di Matteo, è stato oggetto di una grave intimidazione mafiosa, in un periodo in cui gli stessi stanno conducendo rilevanti indagini sulle relazioni esterne di Cosa Nostra, anche grazie alle dichiarazioni rese da Massimo Ciancimino.

Scelte giornalistiche? No, direi piuttosto scelte di regime. Tanto che è possibile trovare un articolo che denuncia proprio la mancanza di interesse da parte dello Stato nella lotta alla mafia su un giornale svedese. Eh, ma si sa, gli europei del nord sono avanti in tutto, magari anche nella democrazia!

Questo l’articolo del Dagens Nyheter:

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Lo Stato lascia fare la mafia

02 maggio 2009 – di Peter Loewe

Dopo le sconfitte degli ultimi anni, la mafia siciliana adesso cambia tattica. Intanto, lo stato si è in pratica arreso nella lotta a Cosa Nostra. È quanto dice il sostituto procuratore di Palermo a DN.

Chi visitava il palazzo di giustizia di Palermo negli anni ’80, si trovava di fronte ad un’edificio enorme, pulsante di attività come un alveare. Guardie del corpo, innumerevoli segretari e assistenti andavano avanti e indietro per i lunghi corridoi, aiutando il grande pool antimafia costruito intorno ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino – entrambi uccisi poi dalla mafia nel 1992.

Oggi nei corridoi c’è un senso di desolazione kafkiana già nel primo pomeriggio. Alcuni giudici continuano però testardamente il proprio lavoro. Uno di questi è il sostituto procuratore Antonio Ingroia, che oggi coordina tutte le indagini sulla mafia a Palermo.

Sottolinea i problemi pratici legati alla possibilità di portare avanti il lavoro nonostante i continui tagli fatti dallo stato. Ingroia parlava chiaro come pochi altri già il giorno dell’apertura dei lavori del sistema giudiziario del paese per il 2009. Affermava che la lotta alla mafia rischia di di finire in bancarotta totale. Mancano i soldi per pagare gli straordinari al personale, ma anche per pagare cose basilari come la carta per la fotocopiatrice o la benzina delle macchine dei giudici e delle guardie del corpo.

- Questo è il risultato di una decisione politica che deriva da una sottovalutazione di Cosa Nostra. Finché la mafia uccideva sulle strade, l’organizzazione era vista come una minaccia seria. Da quando però la mafia ha scelto la strategia dell’armistizio, lo stato ha fatto lo stesso, dice Ingroia.

È sua convinzione che l’obiettivo dello stato non sia più di combattere e sconfigggere la mafia, ma solo di limitare il fenomeno. Se la mafia riga dritto e si concentra a fare soldi con il narcotraffico, lo stato ritiene che il fenomeno sia tollerabile.

Ingroia qui ha lavorato sulle indagini di mafia dal 1992. Dopo l’arresto di importanti boss come Totò Riina e Bernardo Provenzano, Ingroia ha dimostrato piuttosto esplicitamente di non essere per niente un sostenitore del reciproco ed informale armistizio di questi tempi tra la mafia e lo stato italiano.

Oggi non ci sono leader certi all’interno di Cosa Nostra. Probabilmente l’organizzazione non ha nemmeno la stessa struttura a cupola emersa dalle testimonianze dell’”informatore” Tommaso Buscetta.

- Provenzano, arrestato nel 2006, era l’ultimo dei corleonesi ed ha perciò concluso un’epoca storica, dice Ingroia riferendosi al paese Corleone, per più di cinquant’anni chiamato la culla della mafia.

Lo stato ha poi continuato ad avere successo nella lotta alla mafia. Salvatore Lo Piccolo, considerato il logico erede di Provenzano, è stato arrestato nel 2007. Oggi sono principalmente due i mafiosi che aspirano al controllo della Sicilia: il 44enne Domenico Raccuglia è senz’altro il boss più importante di Palermo. Il 47enne Matteo Messina Denaro (a causa del suo dissoluto stile di vita chiamato spesso il playboy numero uno della mafia) controlla la provincia di Trapani nella Sicilia occidentale.

Nella zona di frontiera, intorno al comune di Partinico, è in atto una piccola guerra di mafia. Partinico è il luogo che ha avuto il maggior numero di omicidi mafiosi in Sicilia negli ultimi anni, sottolinea Ingroia.

Cosa Nostra ha provato ad uscire dalla forte crisi in cui l’organizzazione era finita dopo i molti colpi inferti dallo stato. Concorrenti come la ’ndrangheta calabrese nel frattempo sono cresciuti ed hanno raggiunto una posizione nettamente predominante nel traffico internazionale di droga.

- La tattica di Cosa Nostra si è basata sul riallacciamento dei contatti con le famiglie mafiose che hanno lasciato la Sicilia e sono partite per gli Stati Uniti per evitare le guerre di mafia e l’egemonia dei corleonesi, dice Ingroia nominando soprattutto le famiglie Gambino e Inzerillo.

Non si può certo dire che Antonio Ingroia sia popolare nel governo di Silvio Berlusconi, dato che spesso e volentieri è entrato in aperta polemica con il potere di Roma. Lo ribadisce anche durante l’intervista a DN, dicendo che lo stato ha indebolito le possibilità dei giudici per le indagini preliminari di investigare sui crimini mafiosi. In un primo tempo limitando l’uso delle testimonianze dei membri che hanno lasciato e preso le distanze da Cosa Nostra. Le prove di un paio di grandi processi basati su affermazioni di cosiddetti informatori o ”pentiti” – per esempio il processo contro l’ex primo ministro Giulio Andreotti – sono scoppiate dopo un decennio come bolle di sapone.

- Lo stato voleva invece che usassimo metodi probatori più tradizionali, come le intercettazioni telefoniche. Adesso il governo vuole limitare anche queste. Io, così come molti altri colleghi, mi chiedo come potremo svolgere il nostro lavoro senza utilizzare testimoni né intercettazioni. L’obiettivo è forse quello di sopprimere del tutto indagini scomode?.

Ingroia soppesa le parole con la massima prudenza non appena cominciamo a parlare della relazione tra mafia e politica. Non c’è da stupirsene, visto che dal suo ufficio sono partite le accuse, che adesso sono materia processuale, contro Marcello Dell’Utri. Dell’Utri, uno dei collaboratori più stretti di Berlusconi e membro del senato, nel 2004 è stato condannato a nove anni di carcere per associazione mafiosa. Eppure Berlusconi ha lasciato che si presentasse per la rielezione l’anno scorso e ha definito Dell’Utri come ”perseguitato politicamente dalla giustizia”.

Ingroia non dice una parola su Dell’Utri, ma è sufficiente leggere le sue precedenti indagini preliminari per constatare che la sua linea d’accusa è che Dell’Utri sia stato un punto di contatto importante tra la mafia e le grandi vittorie elettorali di Berlusconi in Sicilia.

- Prima l’Italia aveva una politica molto più strutturata. La mafia ed i politici erano due gruppi distinti, senza contatti in comune ma che a volte si cercavano per mettersi d’accordo. Oggi ci sono mafiosi che si dedicano alla politica, mentre ci sono politici, soprattutto a livello locale, che favoriscono apertamente la mafia.

(traduzione di ItaliaDallEstero.info)

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Articoli correlati: L’antimafia delle illusioniEroi i morti, infami i viviLettera aperta all’On. Gianfranco Fini

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Per approfondire:

- Intercettazioni: Ingroia, ddl e’ frutto ricerca impunità (Ansa)

- Intercettazioni, Ingroia: ricerca impunità di una classe politica incline a delinquere (Il Messagero)

- Mafia : minacce a pm Ingroia e Di Matteo (Osservatorio sulla Legalità)

- Mafia: Anm, solidarieta’ ai pm di Palermo (Antimafiaduemila)

- Cari giudici dobbiamo cambiare (L’Espresso)

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